lunedì 27 aprile 2015

25 Aprile : 70 anni dal Giorno della Liberazione


Cosa è rimasto…..
Quest’anno ricorrono gli anniversari di due importanti eventi che hanno fortemente condizionato la storia del 900. Si tratta di un centenario e di un settantennale che segnano rispettivamente e paradossalmente:
- l'inizio della tragedia che porto a conclusione la fine del processo risorgimentale e
- la fine della catastrofe che diede inizio ad un periodo di democrazia e prosperità.
 Sto evidentemente parlando della Grande Guerra e della Guerra di liberazione dal nazifascismo.
Difficile trovare elementi di contiguità tra questi due eventi in quanto essi non furono entrambi frutto di una presa di coscienza collettiva e spontanea.
Nel primo caso, infatti, la guerra fu imposta con la violenza di una minoranza (quella degli interventisti) che si fece maggioranza e che determinò la morte sui campi di battaglia di migliaia di giovani spesso ignari dei motivi che avevano addotto al conflitto a cui erano stati chiamati. I giovani appartenenti alle classi subalterne, al cosiddetto quarto stato: contadini ed operai, il cui arruolamento avvenne spesso all’insegna dell’inconsapevolezza e della disperazione; quella stessa disperazione schiva e taciturna descritta con sublime efficacia dal poeta vociano Piero Jahier che, fornendo un’immagine desolante dei richiamati non più giovani, li ricordava in disparte nella caserma in cui erano appena giunti, silenziosi, tranquilli come una squadra operaia che aspetta il suo turno di paga..:”
I contadini che partirono per la Guerra del ’15 non lo fecero da volontari, le loro partenze furono certamente sofferte non solo per il distacco dalla grande famiglia estesa e patriarcale di cui erano parte, ma soprattutto per l’abbandono forzato della loro terra, quella che quotidianamente vedevano dare dei frutti. Le partenze dei contadini si configurarono più che altro come un salto verso l’ignoto, un consegnarsi indifesi nelle mani di quell’autorità temuta, odiata ed osservata con sospetto, che poi avrebbe determinato i loro destini fatalmente tragici e spesso convergenti verso la morte o la mutilazione e l’inabilità.   
Forse appena un po’ diverse le contestuali partenze degli operai, dei salariati industriali, dei cittadini, quasi sempre dotati di una coscienza di classe e di un forte senso di appartenenza ideologico. Consapevoli dello sfruttamento che la logica del profitto aveva, fino a quel momento, perpetrato ai loro danni, e soprattutto consapevoli del fatto che, per ottenere la vittoria, il paese avrebbe richiesto loro il massimo dei sacrifici.
Il caso della seconda ricorrenza, presenta invece una situazione di assoluta discontinuità. Qui si ricorda un conflitto che ebbe proprio nella consapevolezza di chi la combatté il suo punto di forza. La Guerra partigiana, infatti, sebbene nata dalla necessità dei transfughi dell’Esercito regio di sottrarsi ai tedeschi, derivò la sua matrice ideologica dall’antifascismo clandestino, da quelle “poche migliaia di antifascisti sperimentati..”, così li chiama Santo Peli nella sua storia della Resistenza in Italia, reduci dalla galera, dal confino, dalla resistenza francese, dall’emarginazione sociale. Costoro, furono pronti a cogliere dopo l’8 settembre l’occasione offerta dal disastro della guerra fascista..
Se il conflitto del 15/18 costò al paese 700.000 morti ed un milione e mezzo di mutilati, inabili al lavoro ed alla vita, la Guerra di liberazione dal nazifascismo ebbe numeri altrettanto spaventosi, considerata la sua durata relativamente breve di soli 20 mesi. Essa, per certi aspetti, ebbe i caratteri di un vero e proprio olocausto, se vogliamo attribuire a questo termine il significato di sacrificio volontario, distinguendolo da quello impropriamente usato a proposito del genocidio degli ebrei, vittime tutt’al più di una shoah, uno sterminio:
- 5000 partigiani uccisi in tutto il Piemonte e quasi 29.000 in Italia,
- villaggi incendiati, case saccheggiate, famiglie spogliate del bestiame e di tutti gli averi
- oltre 14.000 civili periti nel corso di operazioni di rastrellamento e rappresaglia. Il tutto ed ecco perché è corretto parlare di “olocausto”, nella consapevolezza dei rischi che si correvano fornendo sussidio alla Resistenza.
Non solo, ma visto che abbiamo fatto del termine “Consapevolezza” l’elemento centrale di questa riflessione, che dire dei 600.000 deportati, su un totale di poco superiore, che si rifiutarono di collaborare con i nazisti entrando a far parte delle SS italiane
- dei 13.000 morti durante la deportazione dalle isole greche
- dei 6500 della Divisione Acqui caduti nell’eccidio di Cefalonia che, dopo aver rifiutato di arrendersi, perirono sotto i bombardamenti aerei e nelle fucilazioni di rappresaglia.
A fronte di questi numeri ed in considerazione di ciò che accadde nel dopoguerra oggi possiamo serenamente affermare che tutte queste vite non furono dissipate inutilmente. Questi caduti contribuirono certamente alla formazione di un paese in cui il pluralismo e la multiculturalità furono per anni punti di riferimento. E non solo, ma anche al lungo periodo di pace e di prosperità ed i significativi progressi civili che si conseguirono nei 30 anni successivi, a cominciare dalla stesura e dalla promulgazione della Carta costituzionale, la più moderna ed illuminata d’Europa e dall’istituzione della Suprema Corte, in grado di vigilare sul suo rispetto e la sua tutela.  
Negli anni che hanno seguito la fine del tragico periodo della Guerra di Liberazione, così impattante sulla memoria collettiva, poi, si sono susseguite vicende che ci hanno più volte portati a considerare che esse non sarebbero potute avvenire se non grazie al coraggio ed alla disponibilità a mettersi in gioco per una causa non soltanto loro, degli studenti, dei militari, dei lavoratori e degli intellettuali che fecero la Resistenza e che costruirono la nuova Italia.
Come non ricordare ciò che accadde alla fine degli anni ’60, ovvero quel lungo periodo di proteste studentesche ed operaie, storicamente conosciuto come il ’68; periodo su cui oggi, a quasi 50 anni di distanza, andrebbe fatta una riflessione critica tesa magari a metterne in discussione il metodo secondo il quale avvenne, ma non certamente il merito dei suoi contenuti. Quella del ’68 fu una generazione riflessiva, pur nella sua profonda ingenuità, una generazione di giovani capaci di porre dei problemi, di metterli in discussione ed anche di proporne le soluzioni. Questi ragazzi commisero sicuramente molti errori, ma furono capaci di mettere in gioco il loro avvenire e in certi casi la loro vita, per la costruzione di un futuro migliore: ” le vite hanno senso quando sono la somma di tanti piccoli errori..” diceva d’altronde Ennio Flajano…..
Malgrado ciò essi furono capaci di far emergere le problematiche legate ai temi della Scuola, del lavoro, della sanità, dell’ambiente…. Proprio grazie ai giovani studenti e lavoratori di questi anni, che ebbero a modello i propri padri, protagonisti della guerra di liberazione, si aprì una nuova stagione normativa che contribuì a far progredire il nostro paese sul piano della solidarietà e delle conquiste civili. E sono proprio da considerarsi frutti di questa stagione irripetibile… e sottolineo questo termine pensando agli spaventosi abissi che ci si stanno aprendo davanti,
- lo Statuto dei lavoratori, del maggio 1970, recentemente discusso ed emendato in alcune sue parti ed in particolare in quella dell’art. 18 sul licenziamento
- le leggi promulgate tra il 1973 ed il 1974, dette “Decreti delegati” che portarono all’istituzione, nel mondo scolastico, degli Organi Collegiali. Attraverso questi organi la scuola divenne (oggi lo è solo più in parte) un mondo aperto e più attento alle esigenze degli studenti e delle famiglie. Un luogo di democrazia reale, ove il diritto allo studio era garantito per tutti.
- La legge 180/1978 (la famosa legge Basaglia) che chiuse la tragica stagione delle megalopoli psichiatriche e delle camicie di forza, per istituire le comunità-alloggio ed i servizi pubblici di igiene mentale
- La legge 194/78 sull’aborto, la famosa legge Fortuna – Baslini del 1970 sul divorzio ed il referendum e la conseguente legge del 1987 che chiuse definitivamente gli impianti nucleari proprio a ridosso della tragedia di Chernobyl.
- Ed ancora delle leggi, risalenti ai primi anni ’80, che istituirono i Parchi naturali e le aree protette, vere oasi di tutela delle biodiversità.
Sappiamo tutti che a questa stagione di speranze seguirono altre stagioni molto più cupe. Stagioni che fecero del terrorismo politico e mafioso e della malapolitica i cavalli di Troia attraverso i quali si pervenne con difficoltà al momento storico che stiamo vivendo. Gli anni delle bombe sui treni, nelle piazze e nelle banche, degli omicidi e delle gambizzazioni delle BR e dell’inchiesta mani pulite, che spalancò le finestre su un mondo di corruzione, incompetenza ed irresponsabilità espresse da molti degli uomini chiamati a reggere la cosa pubblica a tutti i livelli.
Bene, passati 70 anni è giunto il momento di fare un bilancio. È giunto il momento di chiederci se la lotta di liberazione e tutte le tragedie che ne conseguirono sia stata effettivamente determinante per la costruzione di un mondo di pace e di democrazia diffusa e duratura. Duratura: la constatazione che viene da fare in prima battuta riguarda proprio quest’aggettivo: gli effetti salutari prodotti dalla liberazione del nazifascismo sono stati indiscutibili, ma i dubbi sul fatto che essi possano estendere i loro benefici ancora per lungo tempo permangono tutti.
Si veda cosa sta accadendo in molti di quei paesi d’Europa dove egualmente furono combattute guerre di liberazione: in Francia, ove avanza in modo preoccupante il Front National, in Ungheria ed in Grecia, ove le formazioni di ispirazione neonazista raggiungono, nelle consultazioni elettorali, percentuali a 2 cifre. Si rifletta e si traggano di qui auspici per non vanificare tutto ciò che è rimasto di quel 25 aprile 1945. Si consideri come la costruzione di un mondo globalizzato ed esasperatamente tecnologico, dominato dall’uso smodato dei media e dalle regole del profitto e dell’arricchimento facile, stia cancellando la memoria del passato e condizionando le tappe evolutive per le giovani generazioni.
 Anche, noi in Italia, per parte nostra, abbiamo vissuto pericolosamente gli ultimi 20 anni, con il rischio di veder dissolte tutte le conquiste che la generazione da cui discendiamo aveva raggiunto. Gli ultimi 20 anni sono stati a tratti anni di democrazia sospesa, anni di leggi fatte a beneficio di piccole elites o addirittura di singoli individui, di diritti sul lavoro violati o elusi, di relazioni sempre più strette tra politica e mafia, di corruzione diffusa e dilagante, di voti in cambio di favori, di spinte sempre più forti al separatismo ed alla xenofobia, di imprenditori pronti a delocalizzare l’azienda senza preoccuparsi della sorte dei dipendenti, di precarietà elevata a sistema, tanto da mettere in discussione non solo i più elementari principi sindacali, ma anche le più ovvie regole dell’economia Keynesiana.
In questi ultimi anni, insomma, abbiamo assistito ad una degenerazione dell’etica che ha portato troppo spesso ad interpretare la politica non come servizio al cittadino, ma come fonte di arricchimento personale. E ciò non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto negli organismi locali, che nel frattempo si sono moltiplicati con la conseguente moltiplicazione dei privilegi.
Ciò, ed i già ricordati effetti, per certi versi devastanti, della globalizzazione dei mercati e della cultura, hanno determinato uno stato di crisi della democrazia, di cui è nostro dovere preoccuparci e forse, preoccuparsi, significa proprio andare a ritrovare in ciò che è stato, i valori che abbiamo dimenticato, i valori di quel grande progetto portato a compimento che è stata la Resistenza. Quel progetto, sostiene lo storico Claudio Pavone: “….che può ancora svolgere una funzione civile, oggi che tutte quelle opposizioni si presentano con crudezza, come crude scissioni…”

Orazione ufficiale del 25 aprile 2015 di Gian Vittorio Avondo

Alessia Piccoli e Luca Grande

Nessun commento:

Posta un commento